Paura, Razzismo, Odio, Intolleranza: perchè fioriscono oggi?

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Paura, odio e razzismo purtroppo oggi sono molto diffusi nella nostra società.
Questo articolo propone una lettura del fenomeno attraverso la Teoria Evoluzionistica della Motivazione e la Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità.

http://www.stateofmind.it/2018/11/paura-odio-razzismo-politica/?fbclid=IwAR32TRoSMysWtHFFxyGjc6xA5uNC522zRx3cVTddAhPnK1Fys4mrsS5apKk

 

https://vitolupo76.wordpress.com/2018/11/18/paura-odio-e-razzismo-perche-fioriscono-oggi/

 

Si suggerisce l’ascolto di Benzin dei Rammstein durante la lettura.

 

Abbiamo tutti paura, tanta paura, viviamo in un mondo non sicuro, tutto è incerto, camminiamo sulle uova, il pericolo può arrivare da ogni parte, dallo sconosciuto tatuato, palestrato e rasato che ci cammina di fronte, dal vicino di casa, dall’immigrato che ci pulisce il vetro, dal fidanzato geloso, da chi guarda troppo o fa un complimento alla nostra donna, dal capo quando ci rimprovera, da chi non la pensa e intende il mondo come noi. Ma è veramente così? Viviamo per davvero in una favela occidentale? O è forse una rappresentazione un po’ esagerata della realtà? Una nostra percezione alterata? E se fosse così come mai accede ciò. Chiaro che i governanti attuali giocano proprio su questo, per acquisire consensi vanno proprio a riattivare queste paure recondite. Piuttosto di parlare di sviluppo, progetti per il futuro, programmi di governo, risolvere problemi che attanagliano la nazione da decenni, ripetono invece le stesse cose risvegliando paure più antiche, più profonde. E’ tutto studiato, si toccano i giusti tasti emotivi, si toccano sempre i medesimi argomenti, quelli che vanno a ridestare angosce remote, paure che le persone provano da sempre o che non provavano più da decenni. Il popolo si sente realmente in pericolo, minacciato, vulnerabile, indifeso, e allora crede, si fida e si affida a personaggi controversi. Come mai succede questo? Proviamo a ipotizzarlo.

 

Il corpo accusa il colpo, il passato sembra presente, la mente crede che sia tutto vero.

Aver subito maltrattamenti, essere stati umiliati, non essere stati riconosciuti nel proprio valore o nella propria identità (volevo fare il boy-scout ma mio padre ha voluto che facessi calcio e mia madre pianoforte, oppure, mi sgridavano o prendevano in giro se giocavo con le bambole), non essere stati abbastanza amati, soprattutto nella prima infanzia e nell’adolescenza, ancora peggio, aver subito violenza fisica, sessuale o psicologica per anni, proprio dalle persone che invece dovevano essere punti di riferimento sani (genitori, parenti, preti, maestre di scuola o professori delle superiori, amici di quartiere, allenatori o altri insegnati, ecc.), sono esperienze che lasciano tracce indelebili nelle memorie emotive e somatiche delle persone. Le memorie implicite, quelle non ricordate ma presenti, guidano già nei primi dodici mesi di vita i comportamenti del bambino, sulla base della sicurezza-insicurezza percepita e dall’organizzazione-disorganizzazione delle cure parentali ricevute (Liotti, Monticelli, Fassone, 2017). Le emozioni negative provate all’epoca e tenute dentro per anni si esprimono con svariati disagi mentali tramite tante forme di somatizzazioni corporee che durano da decenni (Van Der Kolk, 2014). Le massicce emozioni negative sperimentate nel passato e mai affrontate, non elaborate, spesso si dice “rimosse”, stanno ancora tutte lì. Si possono presentare come stati di insicurezza perdurante (anche piccoli disturbi fisici), paura, confusione, malesseri psicologici di vario tipo, difficoltà enormi a fidarsi dell’altro o a vedere molti come potenzialmente minacciosi. La conseguenza è il bisogno urgente di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno per placare l’ansia, l’angoscia e la paura.

Ci sentiamo come se fossimo in un deserto e bevessimo da una pozza d’acqua pur sapendo che può essere velenosa. Si è settati costantemente su un sistema di difesa da qualsiasi potenziale minaccia. (Liotti, Monticelli, 2014). Questo fa sì che si cerchi costantemente di vivere in sicurezza, di non subire offese o minacce, di percepirsi forti e di valore sempre e in ogni frangente, ogni insuccesso è un fallimento, una battuta diventa un’offesa imperdonabile. Mai ci si può scorgere vulnerabili, in pericolo o giudicati. Viviamo in assenza di consapevolezza, siamo così abituati a difenderci e a contrattaccare, come facevamo da bambini, che non ci rendiamo conto che l’altro scherza, che non è malevolo, non ci sta offendendo, non ci può rubare il lavoro, non è un nemico ma uno che semplicemente porta avanti la sua vita per i fatti suoi.

 

Progresso senza sviluppo, dentro e fuori del Sè.

I tempi di oggi, con la loro vacuità, sono orientati impetuosamente all’immagine, al potere, al possedere, all’apparire. Non si DEVE essere mai inferiori a nessuno, si ha la pretesa rabbiosa di ottenere soldi e successo o senza impegnarsi o non avendo talenti (oggi si ricevono più complimenti per un tatuaggio che per un risultato artistico o scientifico). Si progredisce troppo rapidamente e sempre di più, ma senza sviluppo, diceva Pasolini. E’ una corsa verso il nulla nel tentativo di riempire vuoti identitari. L’epoca frammentata di oggi è il terreno fertile ideale per alimentare e consolidare la paura di essere in pericolo o in condizioni precarie (emozioni tipiche correlate sono: ansia, panico, incertezza, insicurezza, rassegnazione, rabbia, odio) e la paura di non essere nessuno (emozioni correlate: vergogna, umiliazione, senso di inferiorità, perdita di autostima, rabbia eccessiva ingiustificata, invidia, odio, disprezzo). Si cerca all’esterno, negli immigrati, nei migranti, nei vaccinasti, nei comunisti, negli omosessuali, nei buonisti, nei piddini, negli intellettuali e negli scrittori sotto scorta, la causa del proprio malcontento. In realtà la causa è dentro, è un malessere interiore, primitivo, spesso ricevuto in eredità dai genitori, dai nonni o da chiunque abbia avuto qualche tipo di influenza nella propria vita.

 

Le emozioni negative interne non riconosciute, come paura, tristezza e umiliazione, vengono trasformate in odio e rabbia, queste sono emozioni secondarie che ci fanno sentire forti. Quelle primarie tuttavia, spingono dal sottofondo perché sono lì da sempre. Il fatto che possa essere qualcosa che viene dai recessi della propria psiche, dai propri schemi individuali e familiari è inimmaginabile, viene tutto “proiettato” all’esterno. Gli altri sono visti come minacciosi, umilianti, pericolosi e quindi da odiare, distruggere, annientare, ridicolizzare, bisogna terrorizzarli prima che ti spaventino loro, cosa che da bambini non si riusciva o poteva fare. E allora via a comprare pistole ad aria, coltelli e cani da combattimento, a picchiare, a minacciare, a fare i leoni da tastiera, a seminare odio, a modificare le mazze da baseball. Difficile pensare che non ci siano pericoli reali, o che sono molto esigui rispetto a ciò che si percepisce. Il pericolo è nella testa, nella rappresentazione negativa che si ha di questi “altri”, i quali diventano non una minaccia reale, ma una minaccia all’immagine di Sé: ho bisogno di sicurezza e benessere, percepisco e mi aspetto che gli altri siano minacciosi o che le risorse siano limitate, come mi è capitato spesso, mi vedo debole, impotente e provo ansia, divento allora rabbioso e metto in atto tutta una serie di comportamenti di sicurezza e di contrattacco (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013). Tradotto: questi tempi ambigui non mi fanno sentire al sicuro, ci sono precarietà, disoccupazione, scarsità di risorse e di valori (ma anche poco senso del sacrificio nel perseguire i propri obiettivi), qualcuno dall’alto mi convince che la colpa sia tutta dei migranti, dell’Europa o dei sinistroidi, provo ansia, paura e mi vedo minacciato, mi percepisco impotente, la paura diventa odio rabbioso e credo a tutto ciò che viene dai nostri politicanti non laureati e dalle fake news. Credere a tutto questo mi dà un senso immediato di sicurezza, ma mi fa provare anche rabbia e indignazione, queste emozioni reattive mi danno forza, non mi fanno più sentire debole ma capace in qualche modo di poter reagire e fronteggiare il pericolo, con l’attacco, l’odio e il razzismo. Mi fanno anche sentire meno solo, perché ci sono milioni di “indignati” come me. Avviene tutto in un secondo, ma solo nella nostra testa e nel nostro corpo. Il Sé si percepisce vulnerabile, inferiore, in pericolo, debole, come se non potesse accedere ai frutti profumati e maturi offerti dal mondo e dalla vita, tutto per colpa dei migranti, degli abortisti, degli omosessuali e dei comunisti. Tuttavia la questione non è così semplice e riduttiva, c’è anche altro. Gestire la percezione di non valere, di non essere nessuno, avere a che fare con la paura, l’ansia, l’angoscia di un futuro incerto, che si regge su un passato individuale inconsistente e su un presente sociale che non esiste, diventa cosa impossibile da fare soli. Timonare l’incertezza, l’insicurezza personale, lavorativa, sociale, non è cosa semplice. C’è bisogno dell’Altro e degli altri.

 

L’Io, il Noi e l’Altro.

Nel mondo animale (e anche umano) si riconosce un altro come dominante e guida, il dramma dell’agonismo tra i membri viene risolto in questo modo, si riconosce che c’è un altro più forte, più intelligente, più abile e lo si segue. Nel mondo animale questo serve a proteggere la specie e a raggiungere una meta comune, le forze di tutti sono dirette verso un unico obiettivo, che non è più individuale ma comunitario: difesa da un nemico, da un predatore, conquista di un territorio, procacciamento (Trower, Gilbert, 1989). Nel mondo umano succede lo stesso, non siamo ancora abbastanza evoluti, il raggiungimento di un’intersoggettività affiliativa genuina ha ancora lunghi passi evolutivi (secolari) da percorrere. Chi ha subito in passato esperienze di umiliazione, di violenza, di abusi, chi in qualche modo dopo anni dagli eventi originari porta ancora dentro di se (ma non lo sa) un nucleo di inferiorità, inadeguatezza, vulnerabilità, debolezza, pericolosità ha bisogno di una guida.

 

 

Il fallimento di una riuscita relazione madre-padre-bambino, scarsa sintonizzazione, cooperazione paritetica genitori-figli e carente connessione emotiva, indispensabili nell’infanzia, portano alla “dissoluzione” più o meno prolungata (Jackson, 1884/1958) della dimensione intersoggettiva (Liotti, Monticelli, Fassone, 2017): non ci sentiamo più COME gli altri ma DIVERSI gli altri, non sono più CON noi ma CONTRO di noi. Immaginiamo questa scena: stiamo al bar a prendere un caffè, entrano due uomini di colore e ordinano un caffè mettendosi al bancone affianco a noi, ci aspettiamo già, immediatamente (memorie procedurali implicite) che i nostri bisogni di sicurezza o di sentirci persone di valore vengano meno, ci vediamo deboli e inadeguati, la paura che proviamo diventa immediatamente intolleranza o peggio odio, l’odio è la risposta utile che ci fa sentire forti e al sicuro (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013). Persone lontane dal raggiungimento di una soddisfazione sentimentale o sessuale, economica, professionale o personale o che, se anche l’hanno raggiunta, devono ancora fare i conti con i piccoli e grandi traumi o con le ferite, più o meno ancora aperte, del proprio animo (Liotti, Farina, 2011) da sole non ce la fanno, ma è normale che sia così, solo che non ne sono consapevoli. Diventa allora facile proteggersi e credere a chi parla in modo chiaro e a voce alta con un linguaggio semplice. E’ la lingua del popolo, le cose che ognuno di noi vorrebbe sentirsi dire e raccontare, giuramenti irrealizzabili di terre promesse e abbondanti, di ricchi tesori e messaggi di odio verso i nemici che impediscono che questo accada: l’Europa, i buonisti, i migranti, i comunisti. Non è più allora responsabilità di tuo padre (o di altri) che da bambino ti picchiava, ti umiliava o non ti capiva se oggi ti senti a volte strano, irrealizzato o scontento, è colpa del PD, delle ONG e di Saviano. Il senso (illusorio) di sicurezza arriva dall’alto, dal vertice politico e istituzionale, che come un padre buono e gigante, severo ma giusto fa tutto solo per il tuo bene, questo nobile fine giustifica ogni loro e tua nefandezza.

 

Questa dimensione relazionale per così dire, verticale, soddisfa pienamente il bisogno di sentirci al sicuro, guidati e protetti da un Salvini salvifico che ci guarisce dall’ansia e dall’angoscia (trasformandole in odio) causate dal nulla, un nulla sociale, umano, culturale e valoriale in cui in realtà come disperati annaspiamo le nostre vite (le droghe, i social, i selfie, le sale da gioco, i cani e i gatti, i programmi tv spazzatura, sky, le escort, il calcio, le serie tv, i siti porno non bastano a riempire appieno la vita, ci fanno solo sentire vivi per brevi istanti). Vi è però un’altra dimensione molto viva e attiva da acquietare, quella che riguarda le relazioni per così dire orizzontali, sono bisogni altrettanto importanti da soddisfare, il bisogno di appartenenza (compagnia) e il bisogno di valere qualcosa agli occhi di noi stessi e degli altri (rango). Semplificando: se altri la pensano come te, sentono soddisfatti gli stessi bisogni di sicurezza, vivono gli stessi psicodrammi interni misconosciuti descritti sopra, allora ti senti meno solo, al sicuro e di contare qualcosa. Il bisogno di far parte, di essere integrati in un gruppo in cui ci si riconosce come membri, accettati, ci fa sentire persone di un certo valore, persone che contano (come quando si passeggia per strada e si salutano tante persone, quasi sempre senza dirsi nulla). Sapere che altri la pensano come noi ci fa anche sentire al sicuro, protetti dalla minaccia di subire rifiuti, umiliazioni o di rimanere soli, ci da anche la sensazione di essere protetti dal pericolo di sciagure personali, di diventare o rimanere poveri, perdere il lavoro, la casa o il partner (non importa poi se la maggior parte dei maschi italiani sperpera i propri patrimoni familiari con prostitute straniere, nelle sale scommesse e passa ore sui siti porno o sui social anziché studiare o imparare un mestiere). A maggior ragione poi, se questo senso di accoglimento viene condiviso da più della metà della popolazione italiana, guidati da un ministro senza giacca e cravatta, con la panzetta e la barba sfatta. Lo sentiamo vicino, è uno di noi, e ci sentiamo vicini tra noi. Ma è un senso del Noi non genuino, si regge sulla paura ed è basato sul rango. Non è uno stare assieme autentico, è un’affiliazione illusoria, ogni opinione diversa, ogni differenza, diventa una minaccia a un senso del noi fasullo, quando invece, un senso del noi pienamente compiuto contempla la differenza in quanto occasione di crescita e di sviluppo per l’intera comunità (Liotti, Fassone, Monticelli, 2017).

I seguaci dei nostri governanti non accettano il confronto, non accettano la critica, non accettano argomentazioni, rispondono con frasi fatte e illogiche (Es: “portateli a casa tua i migranti”, “rosiconi”, ecc.). Tutto diventa per loro minaccioso, il contraddittorio riapre ferite remote, traumi o vissuti irrisolti, umiliazioni antiche, frustrazioni e scontentezze attuali che, si sono originate in un oscuro e nebuloso passato individuale, e che vengono riversate all’esterno del Sé, contro poveri disperati dalla pelle scura (“lo nero periglio che vien dallo mare”, che già Brancaleone da Norcia temeva) e chiunque non confermi le loro posizioni comode e rassicuranti. Tutto è gestito dall’alto da scaltri gerarchi cialtroni (nella prima Repubblica questi avrebbero lavato le scale) ben consapevoli delle debolezze (non riconosciute, negate e rifiutate) del loro popolino impaurito e della sudditanza che provocano in esso.

 

Domanda: “Ma allora vuol dire che la metà della popolazione italiana vive in un organizzazione psicopatologica di personalità e non lo sa?”

Risposta: “Non lo so, ma è probabile che valga per molti di più, non intesi come singoli, ma come popolazione, come identità culturale nazionale, che, o non esiste più, o è vittima di un cancro maligno degenerativo e inguaribile, qualcosa di simile a ciò che descriveva Thomas Mann nel Doctor Faustus riferendosi alla sua Germania degli anni ’30-40”.

Vito Lupo

Fonti (per molti ahimè, fonte è sinonimo di sorgente)   :

Dimaggio, Montano A., Popolo R., Salvatore G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Milano: Raffaello Cortina Editore.


Liotti G., Farina B. (2011). Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, clinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano: Raffaello Cortina Editore).


Liotti G., Monticelli F. (2014). Teoria e clinica dell’alleanza terapeutica. Milano: Raffaello Cortina Editore.


Liotti, Fassone G., Monticelli F. (2017) L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Teoria, ricerca, clinica. Milano: Raffaello Cortina Editore.


Jackson J.H. (1884/1958). Evolution and dissolution of the nervous system. In: Taylor J. (a cura di). Selected writings of John Hughlings Jackson, vol.2. New York: Basic Books.


Trower, Gilbert P. (1989). New theoretical conceptions of social anxiety and social phobia. Clinical Psychology Review Volume 9, Issue 1, 1989, Pages 19-35.


Van Der Kolk B. A. (2014). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Milano: Raffaello Cortina Editore.
 

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