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I Queen, un gattino, la vecchiaia e la morte.

01/12/2017

Nel 1977 i Queen uscirono con un bel disco “News of the world”, per festeggiare il quarantennale il mese scorso hanno pubblicato un Box Set contente il disco più una versione alternativa di tutte le canzoni contenute nell’album, registrazioni mai sentite fino ad adesso.

Tra queste c’è un gioiellino, una vera sorpresa di bellezza, una canzoncina di 3 minuti: “All Dead, All Dead” cantata originalmente nel 1977 da May (in ogni disco dei Queen c’era qualche traccia cantata da May o Taylor, non cantava tutto Mercury). All Dead, All Dead venne scritta da Brian May per il suo gattino Pixie, morto quando lui era ancora ragazzino, all’alba di tutto, prima dei Queen, era un giovane preadolescente, forse nel periodo più bello della vita di una persona. Questa versione di All Dead, All Dead è cantata però da Freddie Mercury, nessuno se l’aspettava, nessuno credeva che avessero nel cassetto una perla preziosa di tale delicatezza e poesia. Ancora, dopo 45 anni di Queen…

Eccola:

https://www.youtube.com/watch?v=fxQHi1QXboo  

La nuova versione di All dead, all dead è accompagnata da un video davvero bello e commovente:  “il merito di questo piccolo capolavoro visivo va dunque al team della Unanico e in particolare ai registi Jason Jameson e Robert Milne e al produttore Paul Laikin” (fonte: Queen forever blog).

Vogliamo bene a Brian May e alla sua chitarra Red Special, ma la voce di Mercury è una carezza, il sussurrare dolce e rassicurante di un padre all’orecchio del figlio dormiente, l’abbraccio di un angelo. Questa versione della canzone sembra più asciutta, pulita, incredibilmente moderna e potente, ma la voce di Mercury la rende delicata, struggente, ammaliante. Nella versione attuale sembrerebbe che si siano capovolti i fronti: mentre nel ’77 May dedicava una canzone alla sua giovinezza e al suo gattino morto, questa volta è il gattino Pixie a celebrare la vecchiaia del suo padroncino o più probabilmente dell’umanità intera. La gioventù è finita, i fasti del passato sono solo un rottame arrugginito e intriso di olio motore. Pixie entra nel relitto di Frank (Frank è il robot che compare sulla copertina del disco), sa già cosa troverà, il suo è un finto stupore, saltella come un petalo al vento tra le rotelle degli ingranaggi, si libra nell’aria come un sospiro.

Frank è pieno di marchingegni e apparecchiature sfasciate, metallo vecchio e colorato, tanta ruggine, roba rotta e non funzionante, il suo cuore meccanico ancora pompa olio ma è freddo, e si disperde mostrando la sua inutilità. Lui un tempo terrorizzava tutti, la gente fuggiva con l’orrore negli occhi, teneva i cadaveri sanguinanti dei quattro Queen tra le mani, un assassino con lo sguardo triste. Adesso è solo spazzatura. Come la voce di Freddie, il gattino galleggia sicuro e si lascia cadere tranquillo, tra rotelle e tubi rotti come solo i gatti sanno fare, vaga e scruta, un po’ indifferente, con finta curiosità, distaccato, mellifluo e borioso tra i visceri del robot Frank, forse cerca affetto, una carezza, forse cerca cibo, forse cerca il suo mondo perduto, cerca i Queen, si sente solo ma non lo da a vedere, non se lo dice, non può e non vuole accettare la realtà. Pixie lo sa che non troverà nulla di tutto ciò. Il suo è “un viaggio verso un aldilà” però non suo, di tutti noi. Pixie cerca di risalire, di uscire dal catorcio, rincorre una luce, segue un bagliore, le orchestrazioni sublimi del suo creatore, “sembra un’ascesa ad un paradiso” luminoso, in realtà è una finta alba, “la discarica della nostra epoca”. Gli uccelli se ne vanno, il sole è un sole tiepido, la luce è fredda, gli occhi di Pixie sono brillanti e pieni di vita, respira la speranza. Lui non ci può credere, non la vuole questa verità: il passato è morto, sembra non rimanere nulla, solo ricordi e sogni, che diventano un incubo. Tutti i sogni che avevamo, credevamo fossero eterni, tutto fermo in un eterno festoso presente, energia per sempre, ma non e’ cosi. Rimangono i ricordi, a “infestare i miei giorni”, a scongelare e riscaldare le ossa stanche e il ferro vecchio, ravviva il mio cuore ma impregnandolo di malinconia.

 

E’ tutto finito, è tutto morto, siamo vecchi, stiamo morendo, i festini sono andati, fare concerti non è più la stessa cosa, Mercury è polvere ormai. E’ una amarezza lucida, matura e consapevole, la consapevolezza chiara e amara dei vecchi, che a volte anche i giovani provano o dovrebbero provare. Pixie scruta placido e serafico il nostro mondo morto, indugia dall’occhio di Frank, respira il momento presente, ha anche lui dei ricordi andati, “sono vecchio ma ancora un bambino, non vorrei crescere ma è un tempo che viene per tutti”. Pixie è triste. Poi va via, è inutile pensare, neanche noi dovremmo farlo. E’ stanco il gattino, leggermente preoccupato, cerca l’uscita, la trova nella bocca di Frank, finalmente è fuori, la mano di Frank è comoda e accogliente, si chiude a ciambella e buona notte. Le note di piano suonano una nenia, la musica è finita. Frank lo guarda inerme, le dita sue si muovono. Un atto di fiducia, dopo tanto sangue un gesto d’amore umano, ma i suoi occhi sono un urlo muto disperato, la protesta della vita, morire non è giusto, invecchiare è una malvagità cosmica. Le dita si muovono a fatica, cercano il caldo contatto del gattino Pixie, ma Pixie è indifferente, anche lui forse “è andato”. Arrivano anche gli uccellini ma perché attratti dall’illusione di trovare cibo. Lo sguardo di Frank, supplicante e rassegnato: “mi chiedo perché continuo a vivere”, l’ultimo respiro esalato da un mondo che non esiste più, e Taylor e May lo sanno bene, ormai lo hanno capito.

La festa è finita, rimanere sospesi a proprio piacimento in una dimensione spazio-temporale gradevolmente confortevole, muoversi in essa liberamente come in un tesseratto multidimensionale non è (ancora) possibile, lo sarà forse quando tutto sarà veramente finito.

The show must go off!!!

N.B. - Le sezioni virgolettate riprendono il testo della canzone e riflessioni dell’amico Andrea Campajola.

 

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